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20 marzo 2013

Profiling estemporaneo: la food blogger

non sono io, ok?
Giorni fa ero a una fiera enogastronomica, ospite allo stand di un amico. C'era tanta gente che passava, si scambiavano due parole, un contatto, qualche info e via.
A un certo punto è arrivata una tipa sulla quarantina, una signora tipo me, per intendersi. È arrivata tutta sparata allo stand e si è presentata tirandosela un monte: "Ciao, io sono una food blogger". "Okei" rispondiamo all'unisono, "ciao".
Le facciamo assaggiare qualche cosa e la tipa non ci capisce nulla, si vede lontano un chilometro che non le interessa nemmeno tanto capire il prodotto che ha davanti.
Ma non importa: in queste occasioni son così tanti i parvenu che alla fine non ci si fa più caso. Ora va di moda il cibo, il bere, ecc.
E per fortuna (sì) io sono vecchia e ho memoria, posso andare indietro nel tempo e lo faccio con piacere.
Nel secolo scorso ho visto cuochi usare la panna dappertutto e poi vergognarsene e rinnegare di averlo mai fatto.
Poi ho visto cuochi usare la rucola dappertutto e poi vergognarsene e rinnegare.
E poi ho visto cuochi sdoganare la Nutella Ferrero e poi vergognarsene e rinnegare; brutte multinazionali cattive.
Adesso attendo che la stessa cosa accada con l'aceto balsamico e le sue riduzioni che ce lo propinano dappertutto, quasi sempre a sproposito.
Già dall'anno scorso il fenomeno si è un po' ridimensionato; adesso aspetto con trepidazione, sperando accada presto, il momento: vergogna + abiura a grappolo.
Per non parlare poi del cosiddetto "mondo del vino"... ma sto divagando, i pensieri si accavallano e il tempo è poco.
Torniamo alla tipa sono una food blogger.
Io rimango scioccata quando si presentano così. Che cavolo vuol dire food blogger?
Allora le ho chiesto subito, senza tanti convenevoli: "nome del blog, prego".
Me l'ha detto.
"Mai sentito", ho risposto.
Non ha fatto una piega e mi ha allungato un biglietto da visita fatto in casa. Nome, cognome, titolo "foodblogger" scritto nero su bianco, telefono e un url di Blogspot.
Sono rimasta un attimo attonita, dopo tanta cerimonia mi aspettavo almeno un Dissapore, un Cavoletto, robe così. O al limite un dominio registrato che sarebbe il minimo sindacale.
La tipa lanciatissima mi comunica, tirandosela ancor di più, che il giorno prima ha pubblicato un post e ha ricevuto degli apprezzamenti perfino dalla Russia.
Cappero.
Mette la quarta e mi racconta con orgoglio che pubblica ricette di sua invenzione e tutorial e che ha un pubblico che la segue con affetto.
Bene, porca miseria, buon per lei.
Si vede che non le interessano i nostri prodotti, vuol solo presentarsi e vantarsi del suo blog.
Ok, maremma santa.
Dopo che se n'è andata, curiosa come una scimmia, ho aperto la pagina e mi sono trovata davanti agli occhi un blog miserello pieno di "gif agitate", spam (eccoli i russi!), tutto scritto in comic sans.
Ora, non è per essere spocchiosa anche se mi rendo conto di esserlo, ma come si fa?
È come se io andassi in giro a vantarmi di questo blog. Mi vengono i bordoni solo a ipotizzarla una cosa del genere. Sono cose da manicomio, secondo me. E indicative di tante cose. Forse sono io che non mi so valorizzare, per carità, ma il livello di farloccheria che si vede in giro è pazzesco.
C'è da dire che il cibo e i suoi derivati sono settori che si prestano molto bene a dare corda alla fabulazione negli animi semplici.
Però, dai.

08 marzo 2013

Numeri e zombi.


Questo blog ha 132 post pubblicati. Anzi 133, comprendendo anche questo. Poi ha 534 commenti che non sono una gran quantità; io sono un po' assente, il network per funzionare va curato e purtroppo non ho il tempo che vorrei. Questo blog ha pure la bellezza di 84 bozze di post. Tutta roba che ho iniziato a scrivere e che non ho mai finito per i soliti motivi: mancanza di tempo, fine dell'ispirazione, telefonata inopportuna che distoglie, telefilm la mia droga, amnesia geriatrica, maledetti social network, oppure un classico dell'accumulo in bozza: il post andato a male. Perché è cosa risaputa: la maggior parte dei post nei blog son longevi come le mozzarelle di bufala fuori dal frigo, in una giornata d'estate. Adesso, per esempio ho scordato quel che volevo scrivere all'inizio, ma oggi non metto in bozza: pubblico e via; chi c'è, c'è. Vado di fretta ho gli ultimi 7 minuti di The Walking Dead s.3 ep.11 da vedere prima di uscire e gli zombi son creaturine simpatiche che mi mettono il buon umore addosso, soprattutto in una giornata uggiosa e piovosa come questa.

07 marzo 2013

Letture: Mu di Tommaso Labranca

Qualche sera fa, uscendo dalla fiera di Rimini, mi sono trovata davanti le quattro torri illuminate di azzurro che si stagliavano, perfettamente ortogonali, sulla neve appena caduta e mi sono chiesta: chissà se Mu avrebbe apprezzato la geometrica semplicità dell'ingresso di Rimini Fiera sotto la neve?
Chi è Mu? Mu è il personaggio che dà il titolo all'ultimo romanzo di Tommaso Labranca. Mu è un ragazzo trentenne che vive con la madre e la sorella in un paesino dell'entroterra molisano. Mu è solo, quasi un alieno nel suo ambiente familiare e fa un lavoro squallido. Mu medita la fuga, vuole andare via per mettersi alla ricerca dell'Iperborea, luogo mitico dal sapore nordico che si è costruito in testa e che adesso vuole ritrovare anche nel mondo reale.
È il racconto di questo viaggio, dei luoghi e dei personaggi incontrati durante la ricerca di quel mondo dalla geometria perfetta in cui iniziare una nuova vita. Il viaggio di Mu ricalca il pellegrinaggio mistico e comincia con la decisione di bruciare la risaia per poi andare alla ricerca di quell'isola che non c'è e che invece si potrebbe nascondere dietro l'angolo. Mu non sa dove si trovi Iperborea e così inizia a cercarla con pazienza, liberandosi a poco a poco del caos cafone delle forme della contemporaneità che lo assillano e che sono l'ostacolo principale nella sua ricerca del vuoto e dell'ordine geometrici. Perché Mu aspira ad ambienti ed atmosfere essenziali, accoglienti, illuminati da luci calde e circondati da paesaggi nordici ghiacciati. Nel suo percorso incontra tanti personaggi più o meno coatti, guidati da dinamiche mainstream e televisive, come il tizio alternativo dei centri sociali, archetipo di un certo tipo di personaggio che ci sarà capitato a tutti noi di incontrare innumerevoli volte.
Ho trovato il racconto delicato e tanto spassoso. Mi ha ricordato un po' il Piccolo Isolazionista, anche se questa è una fiaba contemporanea molto tenera con punte di umorismo e con un retrogusto di leggero cinismo che ho gradito molto.
Le atmosfere nordiche a cui Mu anela e che alimenta grazie alle sporadiche letture e agli ascolti musicali secondo me rappresentano quel desiderio che abbiamo tutti di riuscire a trovare quel posto speciale che abbiamo in testa e che ci siamo costruiti con la fantasia (ce l'ho anche io ma non lo dico, sennò divago troppo).
Mu si trova in ebook su ultima books (credo anche altrove, io l'ho comprato ). Sto aspettando l'uscita del cartaceo (a questo punto per puro feticismo e giammai che mi manchi un libro di Tommaso Labranca).
Rileggendo il tutto mi rendo conto di essere una frana a scrivere di libri (anche di telefilm, ogni tanto ci provo ma non è il caso). Invidio fino alla vergogna i ragazzi di serialmente.com che sono uno più bravo dell'altro. Io invece quando mi vien voglia di scrivere di qualcosa che ho apprezzato per condividerla ho sempre la sensazione di far più male che bene. Tuttavia sono recidiva e Mu è da leggere.

06 marzo 2013

Spleen del ritorno a casa

baite nella neve (*)

Sono stata via, in un luogo con la neve che può cadere quanto le pare: tanto non blocca la città. Esperienze nuove queste. Sono ritornata a Firenze e sono triste come tutte le volte che ritorno a casa. È una tristezza nervosa, la mia, una sorta di riflesso condizionato dall'accumulo ad libitum di caterve di rotture di scatole quotidiane, mi ha spiegato una voce professionale amica, durante un aperitivo piuttosto alcolico in cui chiedevo lumi sul mio perenne spleen del ritorno. Di solito accade il contrario, come quasi tutta la letteratura insegna... Mentre ero via ci sono state le elezioni con: l'avvento di Grillo, l'arrivo dei "grillini" a Roma, la giacca a vento di Grillo. Confesso che mi piaceva molto quella giacca perché tiene calda la faccia e ripara dal vento. Poi però ho scoperto che costa troppo per i miei standard e allora non me la posso permettere. Dovrei fondare un partito per migliorare la mia situazione finanziaria. Oppure potevo fare un podcast e candidarmi anche io: se ce l'ha fatta tal Paolo Bernini chiunque avrebbe avuto chance...

(*) ho scelto questa immagine per l'idea di calma che riesce a dare. In realtà non sono un'amante dei posti isolati e difficilmente accessibili. In un luogo del genere mi romperei le scatole e tenterei il ritorno alla civiltà dopo non più di mezz'ora...