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26 novembre 2017

Memorie di massima sicurezza di Mauro Antonio Miglieruolo


In un futuro che potrebbe essere prossimo, oppure lontanissimo, un uomo è chiuso in cella d'isolamento. Sta scontando una condanna per un crimine terribile, di un'efferatezza inaudita. Lui non ricorda quale sia questo crimine terribile, sa solo di essere un mostro perché tutti ne sono convinti.
Inizia con un racconto di segregazione "hardcore" il romanzo Memorie di massima sicurezza di Mauro Antonio Miglieruolo. È la storia di un uomo irrimediabilmente solo, della sua esperienza allucinata e allucinante, prima del carcere, poi da reietto nella megalopoli. Una trama in cui ritroviamo Blade Runner, Papillon, Kafka e una miriade di altre suggestioni che costruiscono questo romanzo durissimo, angosciante ma al tempo stesso metafora potente dell'esistenza alienata in cui spesso ci sentiamo imprigionati.

"I giorni e i mesi mi investono sempre uguali. Non si riesce a mettere radici, a comprendere come gli eventi evolvano, a stabilire costanti che siano feconde."

Una narrazione che è l'esplorazione cruda dell'aberrazione della vita, dell'isolamento cronico che condanna le nostre esistenze in un mondo che sentiamo sempre più distaccato.  

"Il reale appare d'una complessità e mostruosità tali da respingerci, da renderci ostili oltre che inermi. Da qui il ricorso sempre più massiccio a schemi, convenzioni, automatismi, banalità (l'era della semplificazione!)".

Il mondo del carcere è un inferno dove la Giustizia e l'Autorità sono ridotte al rango di teppisti umorali, bulli come va di moda dire oggi, carnefici "mai scesi dall'albero". Il protagonista non ha idea di che cos abbia commesso per meritare il carcere, ma al tempo stesso non è sicuro di essere innocente; si convince che se è in quella situazione un motivo ci deve essere anche se lui non sa quale sia, però è convinto che non avrebbe potuto essere altrimenti. 

"Non esistono vere scelte. Le circostanze ci sovrastano e ci guidano, impongono i loro meriti e demeriti, le loro contorte obbligazioni. Noi non agiamo, in effetti, siamo agiti. E la vera essenza della realtà è questa immensa sconsolata prigione".

Il protagonista vive in un mondo distopico, in cui la memoria collettiva dell'umanità è custodita in un misterioso Anello che sovrasta il cielo, incombe ma al tempo stesso ha una fragilità sconcertante. E qui l'associazione con il "grande black out" di Blade Runner 2049 è stata automatica. La volatilità della Rete a cui affidiamo sempre più i nostri ricordi e documenti è un tema affascinante che a mio avviso, forse, Miglieruolo poteva sviluppare un pochino di più, anche se poi mi rendo conto che il romanzo parla d'altro.

E di che cosa parla questo romanzo? In primo luogo è il racconto in soggettiva del protagonista, che continio a chiamare così perché non ne conosciamo il nome. Un lungo monologo interiore, con linguaggio crudo, tipico anche di altri scritti di Miglieruolo che - ricordiamolo - è uno tra gli autori italiani di fantascienza più conosciuti.
Il linguaggio brutale dell'orrore va di pari passo coi tanti altri orrori a cui assistiamo di continuo, ormai anestetizzati, dagli schermi dei nostri computer. Orrori che finoscono per confondersi l'uno con l'altro, come la pena di questo personaggio la cui narrazione allucinata dà vita a un incubo realistico. Perché è questa l'apetto di Memorie di massima sicurezza che mi ha atterrita: quanto Miglieruolo ci racconta potrebbe/sta succedendo adesso, da qualche parte del mondo; non è romanzo, non è finzione, ma incubo ricevuto per osmosi dal reale.
Memorie di massima sicurezza si compra sul sito di Elara Libri, casa editrice di nicchia, specializzata in fantascienza e horror.

Mauro Antonio Miglieruolo
Memorie di massima sicurezza
Edizioni Elara Libri, 2017
Blog dell'autore: miglieruolo.wordpress.com

25 novembre 2017

Recruiting & Call Center


Una telefonata-tipo di call center è un algoritmo piuttosto semplice che ha lo scopo di individuare se l'interlocutore sia o meno il tipo di persona che si sta cercando e guidarne le risposte per conseguire lo scopo della telefonata.
In questo caso l'obiettivo era verificare che il malcapitato volesse davvero fare il piazzista a provvigioni e che avesse Skype per fare il colloquio con il dott. Carlo Gustavo che avrebbe fornito tutte le informazioni e sanato ogni dubbio fosse frullato nella testa della vittima prescelta.
Già il fatto che il tutto avvenisse esclusivamente tramite Skype avrebbe dovuto far insospettire i possibili candidati sulle reali condizioni dell'azienda che li stava contattando.
Io mi ero divertita come una matta quando i primi tempi Ridens faceva queste telefonate. Avevo ascoltato scambi terrificanti:
«Buongiorno sono Giada di SuperWeb. Parlo con il signor Volpe?»
«...»
«Bene, hihihi, la chiamo per quell'offerta di lavoro... no, quella a cui ha risposto. Si ricorda adesso?»
«...»
«Certamente, ma io la chiamavo solo per verificare la sua disponibilità a un colloquio via Skype con il responsabile delle risorse umane, dottor Carlo Gustavo. Lei è... d'accordo?»
«...»
«No, mi dispiace, niente telefoni, i colloqui li facciamo solo via Skype. Se vuole il lavoro lo deve installare, hihihi»
«...»
«Ihihihi, lei vada sul sito e segue le istruzioni, d'accordo?»
«...»

In momenti come questo la mia fiducia vacillante nel genere umano e nel sistema di cui facevo parte, migliorava un po' perché molti si accorgevano della fregatura, la mandavano a quel paese e la cosa finiva lì.
Ma c'erano alcuni di quei disgraziati, vuoi per disperazione, vuoi per ingenuità, vuoi per altri motivi che non riuscivo nemmeno a immaginare, che abboccavano all'amo come grosse carpe stupide.
Durante quelle telefonate, Ridens doveva prendere l'appuntamento su Skype ed evitare, pena i cazziatoni atomici di Walter, di dire che si trattava di un lavoro di piazzista a provvigioni incerte e paga miserrima. Quest'ultima spesso a discrezione del titolare.
Ed ecco spiegata la necessità dello psicologo: con questo sistema acchiappacitrulli il turn‑over dei venditori era spaventoso. Niente a che vedere, dunque, con l'espansione dell'azienda. Invece si trattava di una modalità tritacarne che necessitava di venire alimentata in continuazione con materiale umano “poco esigente e poco intelligente”, reclutato in massa con metodi da pesca a strascico.


Tratto da L'Alba dei Farabutti.



 

14 novembre 2017

Buone azioni quotidiane: il biglietto

Stamani ho fatto una buona azione, di cui mi sono parzialmente pentita subito.
Recap.
Sull'autobus era salita una signora anziana senza biglietto.
L'autista non ne aveva da vendere.
Succede spesso, forse l'Ataf dovrebbe mettere delle macchinette automatiche sugli autobus perché gli autisti odiano vendere i biglietti. Lo fanno sempre come se ti facessero un piacere. Li ho visti tante volte sbuffare e sospirare perché qualcuno aveva osato cercare di acquistare il biglietto a bordo.
Non so perché facciano così e neanche voglio saperlo, io sarei per bypassare l'umano senza tante remore: metti i soldi nella macchinetta e lei ti sputa il biglietto più il resto.
Tutto qui e fanculo all'autista.
Ma sto divagando.
Torniamo alla buona azione.
Dunque la signora era senza biglietto ed era preoccupatissima dei controlli. Pare che i controllori dell'Ataf siano parecchio stronzi. Ha chiesto se qualcuno avesse un biglietto da venderle. Tutti sono rimasti zitti.
Tutti tranne me.
Io signora, ho detto, tirando fuori un biglietto.
Ho cinque euro ha detto lei.
Non ho da farle il resto, ho risposto, però lo prenda lo stesso.
Grazie, ha detto lei prendendo il biglietto, ma come glielo pago?
Si figuri.
Ma mi dispiace, ha detto la signora mettendo il biglietto in tasca, senza timbrarlo.
Vabbè signora, se un giorno...
Ecco sì, se un giorno la ritroverò e lei avrà bisogno di un biglietto, glielo darò. Ha esclamato la vecchia, ispirata.
Eh no, signora, se un giorno lei incontrerà qualcuno, chiunque, senza biglietto, l'aiuterà. Ho puntualizzato.
In quel momento avrei dovuto fotografare la faccia della vecchiaccia mentre mi rispondeva: sì sì, come no.