Sapiens. Da animali a dèi: Breve storia dell'umanità di Yuval Noah Harari (Recensione)


Ho finito di leggere Sapiens. Da animali a dèi: Breve storia dell'umanità scritto da Yuval Noah Harari, edizione Bompiani.
A mio avviso è una lettura goduriosa e al contempo indispensabile. L'autore dipinge il quadro delle nostre origini in maniera magistrale, come non avevo mai letto. È un libro di intrattenimento, e fa il suo lavoro nel miglior modo, scrittura notevole e scorre che è un piacere, grazie alla traduzione di Giuseppe Bernardi.
Questa è la nuova edizione riveduta, probabilmente per sistemare alcuni punti controversi che avevano scatenato qualche polemica nella prima uscita.
Per quanto mi riguarda è stata una lettura piacevolissima che mi ha fatto venir voglia di approfondire certi argomenti. Come dice il sottotitolo, Harari fa una breve storia dell'umanità, partendo dalle tribù primitive di cacciatori e raccoglitori, seguendone migrazioni e sviluppi per il mondo, per arrivare all'essere umano attuale che grazie a tecnologia e conoscenza inizia a trascendere il proprio corpo fisico.
Bel libro, lo consiglio a chiunque, è avvincente e denso :-) Una lettura imprescindibile, almeno per me che ingnoravo un sacco di cose.
Voto cinque banane da dividere con i nostri cari antenati scimmie
🍌🍌🍌🍌🍌

Dimenticabile momento Zeitgeist: link per comprare Sapiens su Amazon sostenendo questo blog Sapiens. Da animali a dèi: Breve storia dell'umanità. Altrimenti compratelo dove preferite (io l'ho preso alla IBS di via Cerretani andandoci a piedi in una splendida passeggiata post-lockdown, per esempio).

Sul ritorno alla cosiddetta normalità: anatomia di un bar preferito qualsiasi

Com'è bella Firenze senza turisti. 
Siamo sull'orlo della catastrofe economica, certo, 
ma la città in questi giorni è una meraviglia.

Sono stata a prendere un caffè nel mio bar preferito, finalmente hanno riaperto.

Adesso il bar funziona così.

Si entra con lo sguardo basso perché si devono seguire i segni sul pavimento fatti col nastro adesivo e prendere confidenza con le nuove misure.
Il posto è lo stesso di sempre, tuttavia adesso è differente. In senso distopico, intendo.
Due corsie nel corridoio che era già stretto di suo, ma nessuno ci aveva mai fatto caso tranne, forse, nelle ore di punta, ma in fondo sticazzi.
Sticazzi nel mondo di prima.
Invece ora salta all'occhio subito quanto sia stretto quel corridoio: da una parte si entra, dall'altra si defluisce. Il tutto uno alla volta.

Per terra ci sono anche delle croci, sempre fatte con il nastro, che indicano dove si può sostare in piedi per consumare. Le croci segnano i pochi posti disponibili di fronte al bancone, mentre tutto il resto del locale non è agibile.
In compenso non ho notato plexiglass, forse solo un poco di fronte alla cassa.

Allora sono entrata, ho salutato sorridendo (tra mascherina e occhiali non so quanto si sia visto), mi sono avvicinata al bancone, ho chiesto un caffè, che ho consumato con la mascherina abbassata e gli occhi chiusi.
Il rumore nel bar non è lo stesso di sempre, non c'è verso di ingannare il cervello.

Ho messo giù la tazzina e fatto un passo laterale per posizionarmi coi piedi sulla X di nastro adesivo di fronte alla cassa.
Ho rivolto un'occhiata ai posti a sedere dove altro nastro adesivo, distribuito con abbondanza, ne segnalava l'indisponibilità.

"Ancora non siamo sicuri come dobbiamo comportarci," hanno detto quelli del bar tra l'intimorito e il malinconico.
E li capisco, le zone grigie sono quelle dove il Comune pascola.
Specialmente in questo periodo di crisi.
Ho pagato, ho salutato dicendo che ero contenta di vederli e poi sono uscita tenendo d'occhio lo scotch sul pavimento.
All'aria aperta, nonostante il bar fosse tutto aperto, ho respirato a pieni polmoni.

Mi sa che questa normalità ce la dobbiamo conquistare di nuovo, e non sarà così semplice e non sarà così uguale a prima.

Ma neanche tanto diversa (ma su questo punto ci scrivo un post a parte).

Cosa ci rimane addosso?

Cosa rimarrà addosso dopo la clausura?

Ci penso un secondo, la domanda è pertinente.
A ben guardare ci sono delle cose che già sono cambiate nella mia vita. Piccole cose, ma su cui vale la pena soffermarsi un attimo, solo per mettere i puntini sulle i.
Tipo la qualità, oltre alla quantità, del tempo che passo a casa. 
Prima del coronavirus a casa ci stavo per le cose strettamente necessarie: dormire, lavatrici, pochi pasti. Tutto qui. Per il resto via via via, fuori il più possibile.
Negli ultimi anni sempre peggio.
Non so perché.
Adesso in casa ci passo più tempo.
All'inizio per forza di cose, naturalmente.
Ora, invece, perché mi fa piacere.
Ho superato quella certa soglia che un tempo mi terrorizzava molto più del covid: lo stare da sola e stare bene per questo.
Il "bastarsi" l'ho sempre visto come un punto di non ritorno esistenziale.
Adesso lo vedo come una fase. Come società ora sappiamo che possiamo stare chiusi in casa per due mesi e piano piano ritornare alla normalità.
Qualunque sia la normalità d'ora innanzi.
Sarà interessante scoprirlo.
Quindi addio teoria del non ritorno esistenziale.

Prima del covid non sapevo rispondere alla domanda "come ti vedi tra cinque anni?".
Domanda fondamentale ai colloqui di lavoro, ma che ha anche senso porsi di tanto in tanto per conto proprio. Lo facciamo tra amiche, per esempio.
Ecco, io non riuscivo più a rispondere, rimanevo interdetta e di malumore.
Il motivo era perché misuravo la prospettiva del futuro basandomi sul passato.
Mi spiego meglio, è una cosa di cui mi sono resa conto da poco. Andando indietro nel tempo, cinque, dieci anni fa, mi rendevo conto quanto poco fosse cambiato nella mia vita e inferivo su quanto poco sarebbe cambiato.
Un determinismo pessimista, frutto del precariato e della crisi che la quarantena ha smontato in gran parte. Se mi fai la domanda adesso, infatti, i malumori non si sono dissipati del tutto, ma almeno so rispondere. Ho capito qual è la direzione che voglio prendere, niente di che, piccoli progetti che non erano all'orizzonte due mesi fa. Piccole cose che cercherò di realizzare piano piano, tenendo stretto quello che ho adesso, ché con la crisi che ci sta piombando tra capo e collo, non è il caso fare colpi di testa. Alla mia età, poi.

Se qualcuno passa di qui (ho sempre il dubbio dopo gli anni di abbandono), mi piacerebbe tanto ascoltare altre esperienze e punti di vista.


A proposito di niente, l'autobiografia di Woody Allen


Quando è iniziato il lockdown pensavo che sarebbe stato una passeggiata per noi amanti della lettura: lunghe giornate a disposizione, con l'obbligo di stare in casa. Il paradiso del lettore. Invece è stato un purgatorio, ho avuto difficoltà enormi per riuscire a vincere il senso di angoscia e di paura, e finalmente immergermi come si deve in un libro. L'avere per le mani il libro giusto ha aiutato molto: A proposito di niente, splendida autobiografia di Woody Allen pubblicato da La Nave di Teseo e tradotto da Alberto Pezzotta.


Woody segue il suo flusso di coscienza, mentre ti costruisce in testa il suo mondo. Racconta quello che gli va, in una narrazione sapiente che è pura goduria. Va avanti anticipandoti un dettaglio, ritorna indietro completando un quadro, e ti piazza l'aneddoto pazzesco al punto giusto. Forse bisogna essere appassionati dei film e dei libri di Mr. Allen per godere così tanto di questa lettura, non so. So solo che da subito ho iniziato a dosarmi le pagine per non finirlo troppo in fretta. E tra qualche mese ho intenzione di rileggerlo.

WA racconta la genesi dei suoi capolavori cionematografici con spirito critico e devi sforzarti di far mente locale per ricordarti che no, non stiamo parlando di filmetti qualunque, ma di pietre miliari della storia del cinema. (Non tutti, lo so).
Lui si schermisce, evidenzia i difetti, le storture, le cose strane, non è mai soddisfatto. Per certi versi mi ricorda la modestia trasmessa da Agassi in Open.
Mr. Allen ci parla con generosità dei personaggi con cui ha lavorato, stelle e leggende dello spettacolo, tantissimi. Poi ci sono gli altri personaggi: c'è l'attico su Central Park da cui vede il susseguirsi delle stagioni, i locali frequentati, l'amore per New York e tutto ciò che offre nato nei primi anni di fughe downtown. Scopro che le riprese dei fuochi d'artificio esaltate dalla Rapsodia in Blu di Gershwin all'inizio di Manhattan sono state fatte per caso, la troupe era al posto giusto nel momento giusto. E anche che è tutta la vita che mr. Allen usa la stessa macchina da scrivere.

C'è anche la vicenda dell'accusa di molestie alla figlia, riportata a mio avviso in modo più trasparente di quanto non abbia fatto Ronan Farrow (ho letto anche Predatori). Woody si scusa di toccare l'argomento, "devo parlare anche di questo", ed ecco la sua verità, corroborata anche dal fatto che non ci siano mai stati processi e che le accuse siano cadute. Ci sono i racconti dei figli adottivi di Mia Farrow, lei ne esce malissimo e capisco perché Ronan abbia voluto bloccare il libro dove si racconta una Mia psicopatica che maltratta i figli adottivi e plagia i due naturali inculcandogli una storia orribile e inventata di sana pianta. Il ripensamento sulla pubblicazione di Aprops of Nothing non fa molto onore alla Hachette.

Il libro è bellissimo.

Voto 5 fuochi d'artificio su Manhattan, durante una notte in bianco e nero
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Diario delle impressioni sulle prime uscite





L'altro ieri sono andata a trovare i miei genitori, la prima volta in due mesi. Questo è stato il mio secondo ritorno alla normalità, dopo una passeggiata in centro il giorno prima. Li ho trovati in forma e di buon umore. Ringrazio il cielo per questo. Ma anche l'avere una casa col giardino aiuta molto. E pure vicini di casa gradevoli con cui poter chiacchierare a distanza, rimanendo ognuno a casa sua, ha fatto tanto.

Asp.

...a distanza, rimanendo ognuno a casa sua...

Ho sentito il bisogno di specificarlo. Perché?

Giusto altro giorno scrivevo che se c'è una cosa che ho imparato in questi due mesi è che esiste tutta una categoria di persone che gode nel frustrare gli slanci altrui. Gente che sta male sempre, ma che in condizioni normali si mimetizza abbastanza bene. Invece la quarantena li ha attivati e la delazione del podista solitario li ha fatti splendere di una luce malata. 

Ecco.

Ora, io sono troppo vecchia per raccogliere la merda altrui* e infatti la lascio lì. Però mi rendo conto con fastidio che non mi era mai capitato di misurare le parole come in questo periodo. Non con tutti, ci mancherebbe, solo con alcuni insospettabili fino al lockdown. 

Se sono contenta cerco di non manifestarlo a queste persone che si inacidiscono all'istante e iniziano i commenti passivo-aggressivi solo perché mi godo il momento e ho voglia di compagnia. Ed è tutta gente che non ha fatto nemmeno un giorno di quarantena da sola in casa. Oppure che per vari cazzi ha avuto la possibilità di uscire anche se intasava le bacheche di #iorestoacasa. 

Un esempio tra tanti: ho ricevuto suggerimenti non richiesti su percorso e orario migliore per arrivare al supermercato "senza diffondere la malattia" (cit.). Per la cronaca: io ho fatto il test sierologico e sono risultata negativa, chi mi ha dato questo consiglio non ci pensa nemmeno a fare altrettanto. Lo stress unito all'incapacità di amministrarsi rende la vita difficile, mentre è molto più facile stare a sindacare su ciò che fanno gli altri

Adesso mi sento circondata. Ma forse esagero, sono poco propensa a sopportare. E vorrei anche vedere: dopo due mesi chiusa in casa da sola, diventare suscettibile mi pare il minimo sindacale. La legge italiana in tutte le sue emanazioni e il mio buon senso, sono le uniche due linee guida che seguo ora e che seguirò nei giorni a venire. Adesso abbiamo informazioni e acquisito comportamenti che all'inizio non conoscevamo, questo mi tranquillizza. 

Forse ha ragione il buon Zuliani quando dice che c'è tutta una categoria di persone che il lockdown è proprio cosa loro.


(*parafrasi di una cosa detta da Iggy Pop millemila anni fa che mi è rimasta impressa e oggi casca a fagiolo.)




Assaggi di libertà


Ieri sono uscita per la prima volta senza l'obbligo di andare solo a fare la spesa. Il Comune permette l'uscita per attività motorie.

Ho scelto di fare una passeggiata in centro. Era la prima cosa che mi ero ripromessa di fare, appena sarebbe tornato possibile.

Provo un senso di timore su quello che si può fare o no, forse ho davvero arredato il tunnel. Non sono mai sicura al cento per cento, le informazioni non sono mai precise. Eppure sono stata attenta a come e dove mi informavo, evitando per quanto possibile cloache e polemiche online, ma scegliendo accuratamente le fonti da seguire: quelle più ufficiali e giornali e giornalisti che seguo di solito e so essere affidabili, come il buon Francesco Costa del Il Post, per esempio.
Inoltre, il non avere più la tivvù in casa da una quindicina di anni, pensavo mi avesse aiutata a procurarmi gli anticorpi per scremare al volo le notizie.

Invece.

Sono uscita timorosa, con mille dubbi. Ho dovuto ripetermi che l'attività motoria è di nuovo permessa, è dunque ok uscire per camminare. Però il mio cervello è rimasto sul chi va là.
Era mia intenzione arrivare in centro e ritornare indietro. Un paio di ore abbondanti, ordinaria amministrazione durante le camminate pre-coronavirus. E così è stato.
Ho scartato l'idea di portare la macchina fotografica con me. Mi pareva una cosa inopportuna. Poi in centro ho visto un sacco di gente che [giustamente] faceva foto. Documentare un momento come questo è importante. La prossima volta la porto eccome. Nel frattempo mi sono accontentata dello smartphone.



Il centro è bellissimo, surreale, silenzioso. Quasi solenne, ma con una vena inquietante.

Mi è venuto in mente il meraviglioso The Leftovers quando la protagonista Nora Durst [spoiler alert!!!] alla fine riesce ad andare nell'altra dimensione, dove sono finiti i departed, e trova un mondo identico al suo, ma vuoto e infinitamente triste [fine spoiler].

In centro ho sentito la mancanza della musica e di quei rumori di sottofondo che ne definiscono il carattere e l'atmosfera. Centinaia di persone in una piazza fanno un rumore inconfondibile, che riascolteremo tra chissà quanto tempo.

Si era fatta l'ora di pranzo, ho comprato un pezzo di schiacciata al forno Sartoni, in via dei Cerchi. Poi l'ho mangiato di nascosto, mentre andavo verso piazza della Signoria. Mi sono resa conto che forse non ci si può fermare per mangiare. O forse sì. Boh. Le zone grigie sono quelle che temo di più: sono i luoghi dove il Comune fa cassa e dove diritti e doveri diventano discrezionali in base a convenienze e contingenze.

Ingollato l'ultimo morso, però, ho cominciato a sentirmi a mio agio. Ho percorso le strade in cui amo passeggiare di solito, con una goduria crescente. Ho evitato di andare in Oltrarno e passare dal Ponte Vecchio, ci andrò alla prossima uscita. Ho fatto poche foto solo perché a un certo punto mi sono dimenticata di farle.


E' stato bello.

Tornando verso Novoli mi sono fermata a fare la spesa. Alla coop hanno creato un percorso per la fila. Prima si girava intorno al piazzale e basta. Adesso c'è un percorso vero, fatto con bancali e nastro. Mi ricorda il percorso dei go-kart a pedali in qualche località di vacanza scrausa della mia infanzia. C'era un tizio in giacca con badge coop che spiegava ad altri dipendenti come posizionare la pista il giorno dopo. Ho preso atto della novità, poi sono tornata a casa.

Diario del 1 maggio



Da oggi in Toscana si può uscire per fare attività motoria. Non so come sia nel resto d'Italia. Non è che non mi interessi, è che non sono riuscita a capirlo. Ma a Firenze si può, se si esce a piedi partendo da casa e ritornandoci.

Attendevo questo momento dall'inizio della reclusione. Mi sono mancate le mie passeggiate che anche senza coronavirus di solito faccio da sola, senza interagire con nessuno. Il distanziamento sociale è parte di me.

Con la fine del divieto di passeggio ero convinta che sarei schizzata fuori casa e avrei camminato per un paio d'ore come ho sempre fatto nei fine settimana. Fino al covid-19, of course. A dire il vero, quando siamo entrati in lockdown pensavo che camminare da soli, con tutte le precauzioni del caso, avrebbe continuato ad essere possibile. Perché fa bene, riduce lo stress, perché la maggior parte di noi abita in case piccole ecc.

Poi sappiamo com'è andata.

Non recriminiamo. Per fatica, non per evitare polemiche. Torniamo a stamani. Mattinata fredda e nuvolosa.

Mentre alzavo gli occhi al cielo e ho deciso di rimanere a casa. "Forse esco dopo, nel pomeriggio" mi sono detta senza convinzione.

Ho preparato il tè coi biscotti ai cereali del Mulino Bianco. Inzuppavo i dischetti ai frutti rossi e riflettevo preoccupata: "Ho arredato il tunnel e non me ne sono neanche accorta".

Perché sono due mesi che voglio fare una passeggiata che non sia andare al supermercato più vicino cercando di metterci meno tempo possibile. Come tutti noi, del resto.

E allora perché mi è passata la voglia?

Depressione?
Ipotesi scartata subito. Non me la posso permettere la depressione.

Automatismi?
Ecco, precisamente. Credo si tratti di questo. Ho dovuto cambiare la mia routine da "anziana che ha i suoi rituali", e adesso mi ci sono abituata.

Ora sono qui a cercare di capire quante e quali sono le altre abitudini che ho perso e che mi toccherà ricostruire.

Tutto brutto?

No. Ci sono anche quelle (poche a dire il vero) abitudini che ho preso durante la quarantena e che non voglio perdere. Tipo cucinare di più, che è una cosa sana e mi dà una soddisfazione che avevo dimenticato.

Cibi-guida della pandemia

Melanzane, taralli, crostatine all'albicocca, banane.

Ho il forno rotto da mesi, altrimenti avrei panificato a raffica, come tutti. Credo.

Sono due giorni che sono ritornata al lavoro e sto già facendo bilanci sulla mia vita e il mio futuro. Me lo posso permettere. Ce lo possiamo permettere, adesso. Siamo ancora in un limbo, la tragedia economica che ha colpito l'azienda verrà fuori tra qualche settimana. Per adesso è concesso fantasticare bischerate del tipo: "basta, mollo tutto e vado [sostituire con località amena della nostra gioventù]", "prenderò in mano la mia vita e le cose cambieranno..." ecc.

Alla prima riunione in cui ci verrà chiesto di guardare l'abisso ritornerò all'istante in modalità terrorizzata e disposta a sopportare qualsiasi cosa pur di salvare il posto di lavoro. Per adesso però non ci voglio pensare. Preferisco sognare una vita implausibile nei sobborghi di Londra, col pub di quartiere a due passi. Si chiamano meccanismi di coping, mi dicono.

Riso carnaroli, arance spremute, prosciutto cotto, pere.


A futuri meme (se i meme hanno un futuro)

Oggi ho ricominciato a lavorare in ufficio. Un primo passo verso la normalità, qualunque cosa significhi in un momento come questo.

L'ufficio era deserto. Sono stata da sola per tutto il giorno, nella mia stanza. Con gli altri quattro o cinque presenti ci siamo salutati a distanza, senza chiederci nulla, come se non fosse passato un mese e mezzo dall'ultima volta. Sono state le ultime persone che conosco che ho salutato di persona all'inizio di questa cosa e sono le prime che ritrovo. Colleghi.

Ho passato un mese e mezzo da sola in casa e non è stato neanche tanto malaccio. Però adesso mi mancano gli amici. Le chat collettive, con gli aperitivi bevuti ognuno a casa sua, sono stati solo un pallido surrogato di vita. Ringrazio la tecnologia, certamente. Ma ora anche basta.

Non vedo i miei genitori da quasi due mesi. Meglio così, sarei stata autorizzata a raggiungerli solo in caso di emergenza. E grazie al cielo non c'è stata.

Sono stata tanto tempo a casa ma ora non mi sento riposata né sul pezzo. Ho vissuto la reclusione a velocità ridotta, una specie di letargo in veglia che non saprei definire altrimenti.

Pensavo che potendo andare a lavorare avrei anche potuto fare qualche passeggiata dove mi pare, ma a quanto pare no. Devo controllare però, non mi fido.

Se c'è una cosa che ho imparato in questi due mesi è che esiste tutta una categoria di persone che gode nel frustrare gli slanci altrui. Gente che sta male sempre, ma che in condizioni normali si mimetizza abbastanza bene. Invece la quarantena li ha attivati e la delazione del podista solitario li ha fatti splendere di una luce malata.

Di positivo c'è che ormai non si possono più nascondere.

Ne conosco alcuni così, in futuro cercherò di averci meno a che fare possibile.

Vendemmia di meme


Me li voglio ricordare i meme del coronavirus. Prime settimane.












Musica di merda

I primi giorni di isolamento era tutto un rimettere a posto. La Scimmia del Riordino, ce l'abbiamo avuta tutti. Poi è passata piuttosto in fretta, come ci garberebbe tanto che passasse questo virus.
Durante la Scimmia ho avuto la prima Grande Consapevolezza della quarantena che ancora mi fa sussultare all'improvviso o svegliare di botto borbottando improperi, come stamani. La prima Grande Consapevolezza è arrivata quando ho riordinato i cd. Ne ho tanti, ascolto sempre i soliti perché la maggior parte sono in un armadio a muro che fino al covid cercavo di aprire il meno possibile, l'interno mi ricordava le macerie dopo un crollo improvviso, una zona rossa fatta di cd, faldoni, arredi natalizi buttati alla rinfusa e ogni genere di suppellettile polverosa.
Adesso, dopo il Grande Riordino, apro quell'armadio almeno una volta al giorno e la visione mi rilassa, come un paesaggio di montagna. Ma mi rifiuto di ringraziare il coronavirus.




Comunque nel marasma ho rimesso a posto tutti i cd, spolverandoli a uno a uno, prendendo coscienza con orrore della musica di merda che ho accumulato negli anni. Una parola sola: imbarazzante.
Potrei fare la lista delle cose agghiaccianti, robe che un tempo davvero mi piacevano e adesso invece non capisco perché potessi aver avuto voglia di ascoltare certa roba. Un po' ci sta, perché si cambia, è normale. Tuttavia sono scioccata dalla quantità di cd improponibili.
Poi c'è una sezione ancor più grande, chiamiamola carpe diem, fatta di musica per lo più masterizzata su cd in cui spesso non c'è nemmeno la copertina, ma soltanto due parole scritte col pennarello direttamente sul disco che dovrebbero "evocarne" il contenuto. Si tratta di musica che ho ascoltato una tantum, per esempio, durante una vacanza, una festa, un momento particolarmente significativo: se avessi avuto il cd avrei potuto rivivere l'esperienza, sarebbe bastato mettere il disco nello stereo. Tipo souvenir dello spirito e della memoria. Funziona così solo in parte, almeno per me. Di alcuni cd mi ricordo la storia, altri sono diventati parte del mio presente, di altri ancora ho dimenticato tutto e oggi guardo disgustata tutta quella plastica.

Poi ho iniziato a rendermi conto che c'è pure un gruppo di Grandi Assenti da tenere in considerazione: i cd spariti. Alcuni mi ricordo di averli prestati in modo avventato nel corso degli anni.
L'amico frikkettone, personaggio ricorrente nel mio blog dell'epoca d'oro, ne ha presi un bel po' senza mai riportarne uno indietro. Altri li ho prestati e non ricordo più a chi, così non li posso reclamare. E via via che mi rendevo conto di che cosa mi manca, mi saliva il Grande Giramento di Scatole. Parliamo di una lista lunghissima fatta di Pink Floyd, Queen, Oasis, Mina, Metallica, Green Day, Jobim... Quello stesso giramento che mi ha fatta svegliare stamani - 25 aprile 2020 giornata fondamentale per la nostra democrazia, in piena era della pandemia globale - con un solo pensiero: a chi ho dato Arena dei Duran Duran? Quando l'ho prestato? Perché non è più qui? Per tutto questo tempo ho pensato che fosse finito nel marasma dell'armadio, ma adesso lì dentro c'è un giardino zen.
E la lista di cd mancanti si allunga. La vendetta sarà spietata.


 

Diario di inizio quarantena (col senno di poi): la Grande Noia

Diario del 14 marzo 2020 (col senno di poi)

Sono ancora sorda, ho fatto l'aerosol ma non è servito a nulla. Grande dibattito in chat, a quanto pare dovrei fare l'aerosol più spesso: mattina, pomeriggio e sera. Che palle. (Poi è passato da sé.)
Colazione: bananina, tè, biscotti salutari dell'Esselunga. Sono buoni, ma lasciano la segatura in bocca. Ho voglia di ricominciare a fare il caffè al mattino. Aggiunto caffè alla lista delle prossima spesa. (Adesso è un must, non riesco a capire come abbia fatto a prendere il tè per anni e anni. Ero impazzita, non c'è altra spiegazione.)
Guardato news su YouTube e letto un po' di giornali online.
Dalla finestra vedo che c'è un po' di gente in strada, in coda dal fornaio. La tramvia in funzione dà un senso di normalità. (Continua a darmi la stessa sensazione.)
Dopo colazione ho cancellato un po' di immagini dal cellulare. Praticamente tutti i meme che raccatto, mio malgrado, nei gruppi Whatsapp. Molti gruppi non li leggo più, ma i meme li rastrello ugualmente. Promemoria: rivedere impostazioni. (Ancora non l'ho fatto e continuo a raccattare mega su mega di cavolate.) Nell'opera di pulizia, sono andata a ritroso tra i file, ripercorrendo all'indietro la storia di questi ultimi giorni. Dagli appelli accorati, andrà tutto bene, state a casa ecc. di questi giorni, fino all'ironia ignara dei primi tempi di 'sto virus, quando il tutto doveva essere per forza una bischerata o una roba da cinesi.
Ho raccolto un numero impressionante di meme del tizio col barattolo della Nutella attaccato alla bocca con lo scotch, tipo mascherina. Ah ah. E poi anche di un altro tizio, seduto tra pacchi di Amuchina che guarda soddisfatto il malloppo, credo sia un personaggio di un telefilm che non ho mai visto. Questi sono, almeno nella mia bolla, i meme più gettonati dei primi tempi del coronavirus. (Nella bolla, Amuchina surclassata da Candeggina in un battibaleno.)



Ieri ho fatto 50 minuti di coda all'Esselunga. Non avevo mai avuto il frigo così pieno. (La me stessa del 21 aprile sorride intenerita: aspetta e vedrai, mia cara, adda passà 'a nuttata.)
Poi sono andata a comprare nel centro Vodafone una scheda marca Ho da 50gb da usare nel modem nuovo. Meglio abbondare coi giga di questi tempi.
Avevo provato ad acquistare la scheda al punto Iliad dentro il super, ma c'è solo un totem dove inserisci i dati e la sim ti arriva entro 14 giorni. Questo però lo capisci solo dopo aver fatto tutta la procedura che consiste anche nel registrare un piccolo video di autodichiarazione della propria identità. Un trauma. Quando mi sono rivista, inquadrata dall'alto, con i capelli sudaticci, la faccia grigia e i ciuffi bianchi in bella mostra mi sono spaventata. Faceva caldo, ero troppo coperta, però ho avuto un momento di autoconsapevolezza piuttosto pesante. Comunque 14 giorni non se ne parla, a me serve adesso la potenza dei giga.
Sono una donna anziana che sta per affrontare due settimane di autoisolamento, devo avere il traffico dati in ordine. (Non infierisco, mi abbraccio virtualmente.)
Allora ho deciso di fermarmi alla botteghina col nerd che mi ha spiegato tutte le possibilità di giga e sim, ed è stata la scelta migliore.
Ieri ho fatto anche la mia prima videochiamata con Whatsapp. O meglio: mi ha chiamata A. e poi si è aggiunta B.
Tutta contenta, dopo ho videochiamato anche i miei zii, che stanno in aperta campagna e tutta questa faccenda del coronavirus impatta poco sulle loro vite. (Per adesso, poi verranno seguiti dai vigili mentre sono a controllare le vigne e saranno esasperati dal sindaco - sceriffo che fa dirette Facebook a raffica per redarguire i cittadini indisciplinati che vanno nell'orto, MA senza mai dare spiegazioni sull'accesso a tamponi e mascherine. Adesso la zia non vede l'ora di andare a votare qualcuno meno scionno.)

Dopo provo a videochiamare i miei genitori. (Non l'ho ancora fatto, sono una persona orribile.)
Sono ansiosa, fumo troppo, ho paura soprattutto per i miei che sembrano ignorare la pericolosità di questa cosa che non andra bene come dicono, me lo sento.

Fine diario del 14 marzo 2020 (e del senno di poi 21 aprile).

La teoria della classe disagiata - recensione + flusso di coscienza

  Ho finito di leggere La teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura, edizione Minimum Fax. Una lettura che mi ha messo addo...