Nobili e dipendenti pubblici: praticamente la stessa cosa

Giornate con livelli di stress che si possono tagliare a fette e poi usarle per farcire un panino: "sandwich allo stress e sanguinaccio, con una spruzzatina di succo di bile". Rende l'idea perfettamente.
Si avvicinano l'autunno e lo spleen depressivo.
Le giornate silenziose, i contrasti di luce dell'estate rimangono un ricordo languido. Ora è tempo di foschia e ansia diffusa: più stress per tutti.

Sono incavolata con me stessa perché a ogni cambio di stagione ritorno inesorabilmente agli stessi meccanismi malati, attirando sempre - porca miseria: sempre - le stesse rotture di scatole. Un eterno ritorno di cicli di sfiga.
Forse dovrei scomodare Lombroso oppure uno psicoterapeuta di alta caratura, perché da sola non riesco a spiegarmi come mai ogni volta io rimanga invischiata nella stessa dinamica perversa.
La gente, infatti, come entra in contatto con me, si sente in dovere di scaricarmi addosso le proprie ansie e di tentare di fregarmi.
E fin qui va bene, in fondo basta evitare i casi più eclatanti, far tesoro delle esperienze passate, cucire pattern spietati, sfanculare chi è più sfacciato o chi non dà nulla in cambio.
Rimangono però tutta una serie di relazioni da cui non è possibile esimersi. Tipo quelle dell'ufficio, quei colleghi molesti che non capiscono che non hanno alcun motivo di sentirsi in diritto di rompere le scatole a tutti. Gli stessi che cominciano a starnazzare di essere "vittime di mobbing", appena percepiscono di non stare tanto simpatici agli altri.
Ma non è dei colleghi vittime dell'universo che vorrei parlare, bensì di due categorie umane che sono particolarmente coriacee dal punto di vista dell'empatia e del rendersi conto che siamo tutti sulla stessa, putrescente, barca, perciò inutile rompere le scatole o pensare di essere unti dal signore.
Due categorie di persone diverse, ma incredibilmente uguali: i dipendenti pubblici e i nobili.
Mai viste così tante assonanze, sono sorpresa di quanto abbiano in comune.
Ma veniamo al sodo.
Una costante è il doversi sorbire lunghi, lunghissimi minuti di cazzi loro, prima di poter cominciare a lavorare. E sono sempre lamentele su questo e quello, sulla sfortuna che li ha colpiti e che non meriterebbero perché fanno così tanto... E giù un irritante piagnisteo su quanto le cose siano difficili "per loro" al giorno d'oggi; un "si stava meglio quando si stava peggio", spesso mugolato. Insopportabile.
Prima era meglio, si sa.
Adesso le cose vanno peggio, ma non così male, si sopravvive, dobbiamo essere più attenti e tener presente i propri interessi e i propri obiettivi perché le risorse sono limitate e tutto deve essere ottimizzato.
Ma loro non ci stanno e continuano il lamentìo
- Guardi, prima c'era più libertà di agire, non ci stavano col fiato sul collo come ora...
Poi c'è la Gente, entità indefinita e malevola, che non li capisce, che non li apprezza.
- Sa, la gente poi un lo capisce mica com'è difficile mandare avanti [a scelta: un ufficetto di un ente, un agriturismo ricavato da una villa di famiglia, un campo biologico, un ufficio di un comune...]
Insomma, non importa cosa: sia per i nobili sia per gli impiegati pubblici si tratta sempre di beni che non hanno costruito col sudore della fronte, per cui non hanno pagato di tasca loro e per cui spesso ricevono soldi pubblici senza l'obbligo di risultati apprezzabili.
E poi continuano il lamento, ingnorando il concetto basilare di pudore.
- Lei non lo sa, ma qui è sempre più difficile, - dice il tizio abbronzato, con quella lentezza tipica di chi è appena rientrato da ferie lunghissime e non è che sia pressato di cose da fare. Il tizio in questione è sempre lo stesso: non importa se è un conte sulle colline oppure una p.o. di un ente di cui non faccio il nome.
Sono personaggi interscambiabili.
Mi viene da chiedermi cosa accada in realtà più tradizionali, tipo nel sud Italia, dove certi ruoli sono ancora più marcati.
Forse è meglio non saperlo, ci tengo al mio fegato.
Alla fine i nodi vengono SEMPRE al pettine. Ma io mi faccio sentire:
- Guardi lei chiede altro lavoro, ma ci sarebbe quella fattura in sospeso... non posso farmi pagare 120 euro a 90 giorni (l'ho detta stamani a un tizio col suv a venti metri da dove si stava parlando).
Allora gli scoppia l'acidità. Si sente in diritto di fare come cavolo gli pare. La bile gli prende il sopravvento e sibila:
- Ah, ma guardi noi siamo ottimi clienti, vi facciamo lavorare, non mi sembra il caso di scontrarci per 120 euro.
- Appunto, perché non saldarli prima di proseguire? - Brutto morto di fame col Rolex e i finanziamenti europei a pioggia.
- Ma noi vi garantiamo visibilità...
Visibilià? Siamo nell'era dei social, la visibilità è a buon mercato e sono altri gli attori che la garantiscono, non certo un link su un sito di un ente o su quello di un'azienda agricola...
- Guardi proprio non posso, - cerco di dire cortese ma ferma, proprio come ho imparato da Les Gold. Cerco anche di imitare la sua faccia di bronzo, ma mi mancano sia gli occhietti vicini sia i boccoli spelacchiati, e l'effetto non è lo stesso.
- Ma è sicura?
- Mi dispiace, NON POSSO. - Ripeto di diaframma.
- Via, allora la metto in pagamento, ma ormai il bilancio... ma non so... via, ma davvero non è possibile mettersi d'accordo?
Tiro fuori la calibro trentotto e scarico il caricatore in trenta secondi, mirando alla Regimental a strisce.
Poi vado a farmi un pisolino sul divano.

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