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16 gennaio 2016

Il blogger contemporaneo che fa storytelling. Storie quotidiane di hipster guru della comunicazione.


Varichina. 

C'è una categoria di blogger che si sta imponendo e li ritrovo sempre più spesso. Non online, ma proprio nella via reale. Sono quelli del "blog per lavoro", lo storytelling per raccontare l'azienda, la startup, il prodotto, e anche sé stessi (dicono).
È la meraviglia di usare questo mezzo potentissimo per farsi conoscere. C'è tutta una filosofia dietro. Io non vendo solo il mio prodotto, vendo anche me stesso, la mia arte, la cultura di quello che faccio, le mie radici, bla bla.


Mi trovo ad aver a che fare con giovani imprenditori quarantenni* che si propongono così. Guru della comunicazione (vabbè, sedicenti tali, ça va sans dire). E poi - ci tengono a specificare - sono anche blogger. Blogger.

Pasta integrale.

E io sono affascinata dai blogger, perché lo sono anche io e mi interessa molto vedere cosa fanno gli altri, più giovani, che usano questo potente mezzo per lavorare.

- Per cercare di far passare un certo tipo di messaggio.

- Certo, sono interessatissima.

- Guardi, le faccio vedere un esempio, questo è un nostro cliente, un "artista del food".

Mi accartoccio su un fianco come se mi avessero accoltellata.

- Ok, vediamo - sussurro.

Foto a tutto schermo, in bianco e nero.

Setting: prato curatissimo di una villa antica.

Karkadè.

Nella candida casacca da cuoco chef**, seduto ai piedi di un leccio secolare c'è un giovane hipster longilineo con la faccia sorridente, baciata da un caldo sole autunnale. Tiene un Macbook sulle gambe, lo sguardo assorto nell'ispirazione e nell'empatia.

- È la foto perfetta.

Annuisco, sono d'accordo. Il lavoro esperto dietro la reflex c'è e si vede. Io faccio obbrobri col mio cellularino, ma con la reflex e un minimo di cognizione di causa vengon fuori dei piccoli gioielli che ti risolvono la pagina.

E poi il Macbook pulito, liscio, lineare, fine come una fetta di mortadella tagliata sottile, il portatile con la batteria miracolosamente sempre carica e il wii fi perennemente disponibile. Tutte finezze, queste, che non toccano al popolino che va avanti con Acer rattoppati.

Patate. 



Le mani dell'artista del food sono rilassate pronte ad attaccare la tastiera per tirare fuori un pezzo su tradizione, filiera corta, vita slow, eccellenze.

- L'abbiamo fotografato in un momento di relax, un'oasi di pace dove raccogliere i pensieri e trovare la forma giusta per esprimere un concetto che, una volta pubblicato, assume una dimensione universale diventando "inspirational".

Annuisco, mentre una seconda coltellata mi trafigge il costato.

Mi sento un po' a disagio.
Io che scrivo i miei post velocemente, nella pausa pranzo solo perché mi diverto. Per me il blog è prima di tutto lo sfogatoio. Perché anche il sabato c'è da fare. Per esempio, adesso ho la testa alla spesa, e mi interrompo ogni due frasi per aggiornare l'altra tab, aperta su Google Keep, con la lista delle cose da comprare.

Mandarini.

Invece questo hipster concepisce il blog come momento importante, fondamentale, di storytelling personale, qualcosa che richiede raccoglimento, qualcosa di cui parlare in società, per esempio.

A questo punto voglio andare fino in fondo.

- Scusa posso leggere il post che ha scritto questo "artista del food"?

- Certo, scorri è sotto.

Scorro e appare un paragrafo striminzito, con una serie di banalità e un numero di hashtag che lo rende quasi illeggibile. Il discorso verte sull'importanza della qualità di quello che mangiamo. In soldoni: la grande distribuzione è Satana. Insiste sull'idea post-contemporanea di "cm zero", la materia prima raccolta sotto casa. Siamo il cm zero, non il km zero, specifica per sottolineare la portata innovativa della sua idea. Tutti dovremmo cambiare la nostra vita, fare le nostre coltivazioni, perché: "la qualità è salute".

Ecco il claim.

La qualità è salute.

La qualità è salute.

La qualità è salute.

Penso che potrei mettermi a coltivare pomodori e cetrioli sul balcone di casa mia, a Novoli.
Oppure potrei raccogliere i funghi spontanei che nascono nell'aiuola dove c'è il capolinea dell'autobus.
Un po' come faceva Marcovaldo in quel racconto che lessi alle elementari.

L'hipster approverebbe, ne sono sicura.

Champignon.
  




* «è lo Zeitgeist, signoramia.»
   «Sì, ma quanta tristezza 'sto Zeitgeist.»
** un giorno qualcuno mi spiegherà la differenza.

6 commenti:

  1. la qualità è salute; terza coltellata nel costato :D

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  2. ** lo chef è un cuoco che bestemmia in francese

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  3. Ti adoro (e ti linko fissa).
    Da vecchia blogger ti sono riconoscente per le tue liste della spesa e i post scritti velocemente in pausa pranzo nonché, tatadànnn, per le foto con il cellularino...
    Resistere, resistere, resistere
    (torneremo di moda, me lo sento)

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    Risposte
    1. Ma grazie, ma che bella! <3
      Resistiamo, alla grande! :-)

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