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07 ottobre 2016

Giardino d’inverno



«Un giardino d’inverno.»

«Cosa?»

«Sì, un giardino d’inverno.»

«Mmm... Interessante.»

Rimane perplessa fingendo di rifletterci su. In realtà sta pensando ai cavoli suoi. Lo vedo dallo sguardo vacuo e dal sorriso congelato.


«Tu invece cosa faresti se avessi un mucchio di soldi?» Domando a mia volta, solo per cortesia, non me ne frega un cavolo della risposta, non ricordo nemmeno come siamo entrate nell'argomento.

«Mah, il solito, viaggi, weekend… Ma scusa: perché proprio un giardino d’inverno?»

«E che ne so? Ne ho sempre desiderato uno.»



Sorseggio il mio spritz, questa volta sono io quella con lo sguardo vacuo. È troppo alcolico, non sono più abituata; e pensare che c'è stato il tempo in cui un aperitivo senza Negroni mi pareva una provocazione bella e buona.

Sono seduta al tavolo di un locale in cui non ero mai stata con Luciana, mia stessa età, un lungo passato da insegnante precaria, oggi titolare della ditta di distribuzione alcolici che fu del padre. Lavorano tanto con l’Est Europa. Ricchi russi che non si accontentano e sono disposti a pagare bei soldi per l'abbeverata made in Italy.

Siamo state alle medie insieme, entrambe bullizzate dalle stesse teppistelle che imperversavano nella scuola. Poi ci siamo perse di vista per più di trent’anni, fino a ritrovarci, meno di un’ora fa, a un'apericena affollatissima di raccolta fondi per i terremotati. Siamo scappate senza consumare l'amatriciana di beneficenza, entrambe inorridite dalle orde di bor7© all'assalto del buffet.


Adesso eccoci qua, al mercato centrale, ad aggiornarci sugli ultimi trent'anni nello spazio di uno spritz.

Do un'altra sorsata.

«Sono contenta di non insegnare più,» dice Luciana. «Mi dà più soddisfazione quello che faccio adesso. Però ora dimmi di te.»

L'aggiorno brevemente. Mi sembra sempre di aver vissuto in un limbo statico per tutta la vita, in effetti riesco a riassumerla benissimo in pochi grandi punti esaustivi. Con-ci-sis-si-ma. Le racconto del lavoro, delle varie vicissitudini. Che sono finita a lavorare per un delinquente. Ma poi sono uscita da quella situazione e ora le cose vanno meglio.

Una storia breve e a lieto fine, la mia.

Semplice, come deve essere un racconto efficace davanti a un aperitivo.

«Scusate è libera questa sedia?» domanda una voce maschile.

«Sì, prendila pure.»

Incrocio lo sguardo con quello del ragazzo. Rimaniamo qualche secondo a fissarci.

«Oddio, Carmine!» esclamo, mentre ci abbracciamo.

È rimasto uguale, magrissimo, quasi rachitico. Stessi capelli ritti sulla testa, anche se sono strani, si vede che ha tentato invano di abbassarli col gel. Noto con piacere che ha abbandonato il look ostinato alla Steve Jobs per cui lo prendevamo in giro in ufficio. Adesso è virato all’hipsterismo più classico. Compresi svariati tatuaggi casuali su avambracci e mani.

«Firenze è una città piccola, prima o poi doveva succedere di rincontrarci.» dice lui.

Lo presento a Luciana.

Carmine non parla più mezzo in inglese per darsi un tono come faceva un tempo. È cresciuto!

«Dai, raccontami di te.» Sono curiosa come una scimmia.

«Sto benissimo, adesso. Sai, Walter è scappato all'estero» abbassa la voce «Spagna.»

«E ti ha lasciato nei casini?» Chiedo.

«Io...» Si guarda intorno sospettoso. «Aspettate, torno subito.»

Va dai suoi amici , due tavoli più in là. Gli dice qualcosa.


«Ma chi è?» Domanda Luciana.
«Un ex-collega. Lavorava con me, per il tizio delinquente.»
«Ma dai? Il mondo è piccolo.»

Carmine ritorna saltellando. Si siede.

«Continua.» Gli dico.

«L’ho fregato, ho fregato tutto. Tutto. Ah ah. Il sito…»

«In che senso "l'hai fregato"?»

«Ma sì, Walter è scappato, l’ecommerce era mio, insomma mio no, ma ho fatto in modo che... L’ho venduto a una ditta di Massa… Che cosa sono questi?»

«Dei buoni per mangiare un'amatriciana di beneficenza al locale all'angolo. Li abbiamo pagati senza usarli, li vuoi tu?» chiede Luciana.

«No no, grazie, ho già mangiato. Dicevo, ho cambiato la proprietà del sito e l’ho venduto. Ci ho fatto duemila euro, due-mi-la, mica pizza e fichi, eh!» gongola. «Walter non si è fatto più vivo, a chi è riuscito a parlarci ha detto che ha scelto di lasciare questo paese di merda. In realtà è dovuto scappare. Creditori, gente fregata. Ma che te lo dico a fare? Lo sai, c’eri. Hai visto coi tuoi occhi che casini.»

Lo so, c’ero. Ho visto coi miei occhi che casini.

Istintivamente mi aggrappo ai bordi del tavolo. Mi guardo intorno, vedo gente più o meno felice che mangia e beve a caro prezzo, con altri casini, altre storie. Sono contenta che Carmine sia riuscito a spuntarla. Non era affatto scontato.

«E gli altri?» domando.

«Persi di vista.»

«Beh, come me. E adesso che fai?»

«Lavoro a un progetto simile, ma questa volta con gente seria. Un grande progetto. Stiamo per lanciare un sito di ecommerce, tutto dedicato al food.»

«Made in Italy?»

«Naturalmente,» ridacchia. «Una cosa di lusso: faremo concorrenza a Eataly. Anzi, è un bene che ci siamo incontrati. Ci servirebbe qualcuno che si occupa…»

«Grazie Carmine, ma lavoro già.» Un brivido mi sale lungo la schiena, cerco di cambiare argomento.

Luciana si inserisce.

«Io ho una distribuzione di bevande alcoliche. Vini per lo più Abbiamo l’esclusiva con cantine di prim’ordine, e anche distillatori di alto livello… questa cosa che hai detto, di fare concorrenza a Eataly mi interessa...»

Carmine mi guarda.

Annuisco seria.

L'unica cosa che voglio fare è andare via da lì.

Vorrei davvero essere nel mio giardino d’inverno, per rilassarmi e cercare di frenare la valanga di immagini che mi sta sommergendo: il risucchio di Walter, le riunioni senza senso, le fatture non pagate, gli orari infiniti, i controlli dell’ufficio del lavoro, gli atti giudiziari, le minacce dei clienti turlupinati. La filiale in Tunisia. L’insonnia cronica, le piazzate, i brainstorming impazziti. I centralinisti. Il blog di Grillo. Il suv abnorme. La stagista che non parlava italiano. L’ufficio di borgo Soleluna. La pianta di ficus. L’architetto tabagista. Il nascondiglio segreto nel cucinotto. La cocaina che non ho mai visto ma so che c’era. La passerella continua di casi umani...

Sto per dire a Carmine che ho scritto un romanzo su quel periodo lì, era impossibile non farlo, anche solo per disintossicarmi, quando mi rendo conto che i miei piedi non toccano più terra.

Sono sospesa, trattengo i respiro.

Un dio malvagio mi ha afferrata come una pedina e mi sta riportado alla casella limbo & limaccio, senza passare dal via.

Ma non ce la farà.

Io sono altro, io sono altrove.

«Beh. Me ne vado.» Dico.

Mi alzo, saluto in fretta e li mollo lì, senza attendere oltre. Con la coda dell’occhio vedo che continuano a parlare.

Esco nell’aria della sera.

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