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11 ottobre 2016

Una casa stregata



Quella vite, non riesco a togliermela dalla testa. Ho rimontato tutto il coso senza quella vite. Quattro viti minuscole, dopo un po' una è sparita. Volatilizzata.

Non ho il coraggio di testare la batteria appena sostituita. A occhio sembra tutto a posto.
Proviamo.
Dov’è la prolunga? Il carica batterie? L’adattatore?
Maledetto Zeitgeist, ci vogliono tre aggeggi per fare un'operazione così semplice, come mettere in carica il coso.

Allora: la prolunga è sull’asse da stiro. Poi devo trovare l’adattatore, quando è stata l’ultima volta che ne ho avuto bisogno? E il caricabatterie?
Eppure è stato su quel tavolo fino a ieri. Ma oggi non c'è. Sparito.

A volte penso di avere gli spiriti in casa. Lascio una cosa qui e il giorno dopo non la ritrovo più.
Perché io so bene com'è una casa stregata: la zia Bruna abitava in un appartamento infestato dai fantasmi.


Me lo ricordo come se fosse ora, anche se sono passati quasi quarant'anni.

Quando da bambina andavo a prendere il tè da lei, certi momenti di tensione ché mi vengono i brividi ancora adesso.

Lei sedeva seria e annunciava nervosa che c’erano delle presenze in cucina; calava un’atmosfera che non ti dico.
Certo, quelle presenze c’erano eccome.
I fantasmi di tutti i parenti morti della zia erano lì a guardarci mentre si prendeva il tè con le Marie Saiwa inzuppate.
La zia Bruna socchiudeva gli occhi e sussurrava con una voce acuta che non pareva la sua:
«Li senti? Li senti, vero? Sono tutti qui che ti guardano. A me non fanno caso, ormai ci sono abituati. Loro vengono qui a guardare te. Ci sono tutti, tutti qui, anche i parenti della Garfagnana dalla parte della mi' poera mamma...»
Io rimanevo seduta immobile, impaurita, mentre la Maria Saiwa si scioglieva del tutto nel Lipton bollente con limone e zucchero.
Poi la zia iniziava a borbottare frasi sconnesse.
Parlava con quegli spiriti, mi spiegava.
Vecchie questioni, eredità, firme, notaio, catasto, bollette Enel, Sip...
Dopo un po' la zia iniziava sempre a leticare. Non di rado cambiava ancora voce, prendendo un misterioso accento del nord.
Con gli occhi socchiusi quasi ululava, lamentandosi e ripetendo:
«Perché? Perché mi fate questo? Perché? Eppure gli estimi catastali parlano chiaro...»

Poi s’incattiviva all’improvviso. Sbatteva i pugni sul tavolo e il tè usciva fuori dalla tazza, bagnando la tovaglietta tirolese che la zia usava come centrotavola.
La catarsi avveniva quando lei, con le lacrime agli occhi, proprompeva in un urlo disumano:
«Noooo.. non potete farmi questo. Maledetti! Sì, non mi vergogno, vi dico maledetti. Maledetti! Maledetti! E sappiate che io passerò da piazza Gualfredotto tutte le volte che mi pare e piace.»

Infine rimaneva in silenzio, come in trance.

Mentre stavo per prendere un'altra Maria Saiwa da inzuppare, lei ritornava lucida, notando all'istante quella macchia di tè sulla tovaglietta che aveva comprato a Dobbiaco, assieme a quel set di bicchierini da grappa delle località più famose delle Dolomiti.
«Perché mi fai questo? Perché non ti riesce prendere il tè come una signorina educata? Non sei mica una manfana di campagna che non sa tenere una tazza di tè.»

Io non rispondevo, solo una volta avevo provato a farlo, a dirle che era stata lei a rovesciare il tè con uno dei tanti scossoni dati al tavolo durante le sue discussioni coi fantasmi.
Ma lei mi aveva guardata come se avessi detto chissà quale assurdità, non mi aveva creduto. Mi aveva detto di non dire bugie ed era caduta in un’altra trance infinita, lamentandosi di essere sola al mondo, di non aver aiuto da nessuno, di essere la cenerentola della situazione...

Era stato uno dei pomeriggi più lunghi della mia vita. Da allora avevo deciso di lasciar perdere le spiegazioni e di prendermi la colpa per tutte le volte successive.

Ma dentro di me la maledivo, speravo che crepasse quella vecchiaccia di merda e odiavo mia madre che mi mandava a prenderci il tè due volte a settimana. «Vacci sennò la s'offende, povera zia. È sempre sola, che ti costa? Sei proprio egoista.» Così chiudeva ogni possibilità di trattativa.
Ci credo che la vecchiaccia fosse sempre sola coi suoi fantasmi. I vivi potevano frequentarla solo sotto ricatto, com’ero costretta a fare io. Non c’erano altre possibilità.

Scaccio quei ricordi remoti. Prendo adattatore, prolunga, caricabatterie. Li collego al coso; infilo la presa, trattenendo il respiro e aspettandomi "la fiammata". Conto mentalmente fino a cinque. La spia del recharge è accesa e a quanto pare il coso si sta ricaricando. Peccato per la vite mancante, mi ha sciupato il senso di vittoria.

Metto il bollitore sul fuoco. Tè verde biologico. Senza zucchero e senza Marie Saiwa.

L’età adulta.

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