Imprevedibili e inaspettate conseguenze nella realizzazione del mito del posto fisso


Doriana si guarda intorno circospetta. Ha le gambe pesanti e la schiena anchilosata. Lo capisco guardandola da lontano. Ormai la conosco bene.
Le faccio un cenno con le braccia. Lei indica il bar all'angolo.
Uscire di casa ogni mattina per andare a lavorare comincia a pesarle tantissimo. Ogni giorno una goccia di malumore si aggiunge al suo pesante fardello esistenziale.
Da mesi ha cominciato la psicoterapia, ma per adesso ancora nessun beneficio.
Eppure avrebbe tutti i motivi per stare tranquilla.
Invece no, lei si sente in colpa. Il motivo è sempre lo stesso.
L'ha desiderato con tutte le sue forze quel posto.
Per anni è stato il suo pensiero fisso, doveva andare avanti per raggiungere l'obiettivo. Era l'unico pensiero che la teneva a galla quando la voragine esistenziale le si apriva davanti all'improvviso, pronta a risucchiarla in un vortice di: depressione, sensi di colpa e di inadeguatezza, ristrettezze economiche.
E poi se l'è guadagnato quel posto, nessuno le ha regalato un bel niente. Concorso senza appoggi: solo titoli acquisiti in anni, quasi due decenni, di precariato. E tanto studio.
In un paese che non sa premiare i meritevoli, Doriana ha lottato a testa bassa, andando avanti un passo alla volta.
Quasi vent'anni di precariato.
E adesso, alla fine, quando tutto dovrebbe scorrere liscio, ecco questa pesantezza quotidiana.
Un malessere cupo che nasce in un posto imprecisato, tra il cuore e lo stomaco.
Doriana è arrabbiata con sé stessa.
«Alla fine ho realizzato il mio più grande desiderio e ora non riesco a godermelo. Ti sembra normale?»
Ordino i caffè, mentre lei dipinge il quadro della situazione per l'ennesima volta. Si sente in colpa a raccontarmi sempre le stesse cose.
«Sono la privilegiata che parla con la sfigata» dice, «è una caduta di stile.»
«A dire il vero non mi sento più sfigata di te» ribatto.
«Ah no?»
Ridiamo.
«Continua» dico.
Doriana non vive più serenamente. Tutte le sere le prende il magone al pensiero di metter piede, la mattina dopo, in quell'ufficio di merda.
Usa proprio la parola "merda". Non è da lei. Da sempre sono io quella sboccata.
«Perché ti prende male ad andarci?» Domando come se non avessi mai ascoltato la storia.
«Credo siano i sensi di colpa, ok?» Dice lei fissandomi serissima. Poi continua pragmatica: «Quanti desidererebbero un posto pubblico acon contratto a tempo indeterminato, coi buoni pasto e tutti i benefit? Io sono la prima a capirlo, sono stata tutta la vita dall'altra parte della barricata.»
Lo dice come se avesse vinto al Superenalotto, protagonista all'improvviso di una bòtta di culo inaudita.
Invece quel lavoro se l'è guadagnato sul campo in quasi vent'anni di sfruttamenti legalizzati.
«Tutto ciò mi sembra l'espressione di un sistema malato» dico senza riuscire a trattenermi, «potresti finalmente tirare un sospiro di sollievo dopo una vita a preoccuparsi della sussistenza spicciola, e dedicare le tue energie ad altro. Sarebbe anche l'ora.»
La colazione è finita. Ci salutiamo.
Quando Doriana gira l'angolo vede il 23 fermarsi. Le porte si aprono, una zaffata di plastica e sudore rancido la investe. Trattiene il respiro, ignora il senso di nausea e sale.
L'autobus riparte di scatto, tutti i passeggeri rischiano di cadere.
Qualcuno manda affanculo l'autista che non risponde.
Doriana guarda dal finestrino la periferia diventare piano piano centro. Il traffico del mattino si infittisce fino alla congestione, poi sparisce all'improvviso appena entrano in zona pedonale.
Scende dal bus e si avvia verso l'ufficio.
Man mano che si avvicina ogni passo è più pesante del precedente.
Vorrebbe scappare a gambe levate dalla parte opposta mente supera la portineria.
Passa il badge sulla macchinetta e sale al terzo piano.
È l'unica a farlo.
La prassi consolidata è: "strisciare", andare al bar e poi salire al terzo piano.
Lamento è già arrivata. È seduta alla scrivania, in stand-by.
Doriana vede i tarocchi disposti a croce sul piano di formica.
«Buongiorno.»
«Mica tanto» risponde Lamento, continuando a fissare le carte.
«Che dicono i tarocchi oggi?» domanda Doriana.
« Mmm... cambiamento... un viaggio... un uomo. Un uomo... sì.» Lamento pesca un'altra carta. «Un uomo... maaaaa.... non amore. No, solo cambiamento, non amore.»
Doriana accende il computer e scarica la posta: otto email.
Una di lavoro, una personale, una di spam e tre catene di sant'Antonio dai colleghi degli altri uffici.
Solo in quel momento nota Polemìa, curvo e impegnatissimo a scrivere qualcosa con una grafia minuscola, su pezzi di carta piccolissimi che poi appiccica sugli oggetti sulla sua scrivania.
«Buongiorno, non ti avevo visto» dice Doriana.
«Sono stufo dei furti.»
«Che furti?»
«Penne, matite, levapunti. Qui sparisce tutto.»
Doriana non commenta. Quando Polemìa incomincia poi non la finisce più.
Deve a sentirsi offesa?
Forse sì, implicitamente le ha dato della ladra.
Ma decide di fare come Lamento.
Ignorarlo.
Tanto non capisce nulla di oroscopi e tarocchi. Dunque è inutile.
Squilla il telefono di Polemìa.
Lui fa una smorfia sofferente, aspetta cinque squilli, poi risponde. Ascolta per tre secondi con lo sguardo al cielo, poi dice: «Guardi, la interrompo qui. Siamo pieni come un uovo... Sì, è il periodaccio, non si respira.» Sospira rumorosamente ostentando sofferenza. Poi aggiunge come se concedesse chissà quale favore: «guardi, facciamo così: la chiamo io. In settimana prossima... verso la fine. Ma mi creda: qui non se ne levano le gambe. Ci danno tutti addosso, ma se vedessero a che ritmi si deve andare avanti si darebbero una calmata... eh, lo so.»
Quando riattacca, si stira lentamente, infine applica con una lentezza esasperante l'ultima micro-etichetta su una bic ammezzata.
Poi apre La Repubblica e si immerge nella cronaca.
Lamento fa un altro giro di carte. Prima di disporle le passa sopra la candela profumata che tiene sempre accesa sulla scrivania. Fa un movimento circolare antiorario: tre giri tenendo il mazzo tra i palmi distesi. Muove le labbra senza dire niente. Forse recita qualche formula magica, Doriana non l'ha mai capito. Poi dispone le carte a quadrato.
Rimane in trance ad osservarle per un periodo indefinito. Sembra che non creda ai propri occhi. Si toglie gli occhiali e li appoggia sulla scrivania. Con l'indice e il pollice della mano destra si afferra l'attaccatura del naso, rimanendo immobile ad occhi chiusi.
Doriana pesca dalla borsa lo Xanax, ingolla la compressa a secco, incurante dei graffi che ogni volta le procura sulla trachea. Poi digita l'indirizzo di Facebook.



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Questo post è "su richiesta" e lo dedico alla mia cara amica E. a cui il post precedente era sembrato "troppo parziale" (cit.).  

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